Nicola Verlato

Anche un piccolo spazio può essere il luogo entro cui una idea monumentale può trovare luogo e prendere forma. Al di fuori del circuito tipico delle gallerie e delle sue modalità si può tentare un rimescolamento di carte verso una direzione inattesa rivelatrice di possibilità mai sopite anche se disattese da lungo tempo.

Sono molti anni infatti che coltivo il rapporto fra pittura scultura e architettura, la possibilità che le arti trovino il loro vero senso nell'occupare un luogo e divenire, nel contempo, una articolazione permanente dello spazio delle attività umane.

La permanenza che trasforma l'arte in una “presenza” piuttosto che in un oggetto di scambio, muta, infatti, la prospettiva di senso dell'opera d'arte e porta con se uno slittamento della percezione della sua funzione. L'arte concepita come ultima tappa di un processo di creazione di mitologie che attraversa tutti i media a partire da narrative lineari fino al consolidamento in forme plastiche e permanenti, si da solamente quando una cultura è matura per potersi rispecchiare nella sedimentazione delle sue proprie mitologie.

La cultura occidentale è sembrata evitare tutto ciò per più di due secoli a partire dalla tabula rasa culturale operata dalla rivoluzione industriale. Solo oggi, e finalmente, sembra possibile nuovamente addentrarsi nel territorio dell'indicibile di ciò che fino a pochi anni orsono, ma ancora oggi in fondo, veniva bollato di termini denigratori per delimitare il taboo della rappresentazione.

Kitsch e Cattivo gusto sono stati alcuni dei termini della malacoscienza di una cultura che occulta nell'intrattenimento gli autentici valori che va creando per rifugiarsi nelle coltri rassicuranti dell'invisibile. Cosa infatti possiamo ritenere cultura se non una visione trasversale che abbraccia tutte le classi sociali indiscriminatamente e che accomuna gli individui? Tutto cio che infatti non riesce ad ottemperare a queste funzioni non è che un codice da decifrare all'interno di circoli ristretti dalle caratteristiche quasi monastiche se non criptiche. Dobbiamo arrenderci all'evidenza che quella che viene chiamata Pop Culture è la cultura che la nostra civiltà produce, che è tale perché è l'unica area culturale legittimata secondo processi congruenti con le nostre aspettative culturali.

Cinema,fumetti,pop e rock music, videogames sono solo alcuni dei Media che la producono e che la propagano e che creano le narrazioni di cui abbiamo costantemente bisogno per interpretare la nostra esistenza stessa. Che ruolo hanno quindi pittura e scultura e architettura, in una prospettiva di questo tipo, se si vogliono rendere partecipi della formazione della cultura contemporanea? Se ordiniamo fra di loro i media che attualmente producono queste narrative assistiamo ad un processo di condensazione e sedimentazione di dati che procede dal lineare verso il sincronico. Le narrative moderne e contemporanee spesso infatti si consolidano attraversando questo processo schematico: scrittura-fumetto-cinema/televisione-videogames-action figures.

Si procede inizialmente da un media puramente lineare come quello letterario muovendosi verso il fumetto che dota di immagini la narrazione, e che quindi consente immediatamente una forma di percezione più sincronica fra le diverse informazioni, cinema e televisione aggiungono ulteriori strati di informazioni che nei videogames si articolano ulteriormente nella sfera dell'interattività, a questo punto le informazioni sono pronte per sfociare nel mondo reale nella forma delle action figures a di quelle che vengono chiamate in America “Collectibles”.

Dove si pongono le cosiddette “Fine arts” in tutto questo? In nessun luogo, come risulta evidente. La più importante funzione culturale di una civiltà, che è quella di produrre mitologie, vede l'arte non avere nulla a che fare con la seppur minima fase di questo processo fondamentale. Ma cio che ad una più attenta riflessione appare palese è che, in questo processo di feticizzazione di passaggio cioè dalla narrazione all'oggetto, dal lineare al sincronico, manca l'approdo finale: il fatto che l'oggetto, frutto di questo lungo processo di sedimentazione, trovi un luogo dove insediarsi e divenire una presenza permanente nel mondo.

Pittura scultura e architettura sono i mezzi con cui queste narrazioni finalmente possono trovare la durata che le spetta e divenire fattori di articolazione dello spazio sociale. Nel corso dei secoli e dei millenni, e questo è visibile sopratutto in paesi come il nostro, ma non solo, le arti hanno avuto la funzione di articolare lo spazio sociale unendo i processi immaginativi con quelli oggettivi, l'interno della mente con la realtà esterna.

Le città moderne sono del tutto scevre dell'unione di questi termini così antitetici, ed particolarmente negli Stati Uniti dove risiedo da 10 anni, è palese la dicotomia fra la città del business e la città dell'immaginazione, tra Wall Street e Disneyland.

Ma a quanto ammontano i danni sociali che questa visione dicotomica stra producendo? Il fatto che mai le mitologie, e la cultura che tutti accomuna possa divenire parte della città o ne articoli la struttura produce lacerazioni insanabili fra le diverse classi sociali che non possono mai trovare un luogo comune nel mondo fisico dove riconoscersi come parte di una comunità, anche se di questa condividono gli stessi valori.

In Italia questi contrasti sono meno evidenti, almeno finora, ma le mitologie che tengono insieme le comunità di questo paese sono tutte appartenenti al passato. Cio che è permanente nell'essere umano deve potersi rinnovare nel cambiamento proprio per confermare la sua vitalità. La funzione vitale dell'arte sta nel rivelare il rapporto necessario e “paradossale” fra permanenza e rinnovamento.

Questa mostra è un piccolo esperimento dove pittura scultura e architettura dialogano fra di loro in uno spazio architettonico. I quadri e la scultura mettono in scena elementi mitologici che si sono sedimentati nel nostro repertorio narrativo nel corso dell'ultimo secolo attraverso cinema fumetti e musica secondo uno stile che assicura a quelle narrazioni la durata che le spetta dopo decenni di sedimentazione nel mondo dei media. Il classicismo è lo stile che mostra la gravità con cui questi valori vengono presi in considerazione, è lo stile infatti che si manifesta quando le culture si pongono obiettivi di tipo universalistico. James Dean oppure le ragazze che cadono fuori dall'auto in corsa sono infatti “luoghi comuni” della cultura che condividiamo ma proprio perché “comuni”, e quindi immediatamente riconoscibili, si prestano a quella ulteriore formalizzazione nel campo delle arti figurative che può assicurare loro la “durata”. L'affetto verso questi miti, di cui la scelta dello stile classico è il risultato, è ben diverso dalla lontananza critica della Pop Art degli anni sessanta, che, purtuttavia produsse in alcuni rarissimi episodi, e tutti ad opera di Andy Warhol, i primi passi verso questa direzione.

Questa piccola mostra è dunque un prototipo, un esperimento dove molti temi vengono posti in atto e in prospettiva di ulteriori evoluzioni che a breve seguiranno.

 

Los Angeles 9 dicembre 2013

Nicola Verlato